Traduzione dell'articolo "L'Italie de Berlusconi, un pays en voie de barbarisation" apparso sul quotidiano francese Libération
"L'Italia è un paese normale? L'anomalia rappresentata da Berlusconi - il fatto che concentri in sé il potere politico e mediatico, che utilizzi il Parlamento come un'azienda destinata a fabbricare leggi che lo salvino dai tribunali, che vomiti insulti sulla magistratura, che critichi continuamente la Costituzione, che riduca la politica a un cumulo di barzellette e dichiarazioni istrioniche, che porti con sé il peso dei suoi scandali sessuali - tutto questo spingerebbe a rispondere di no. Ma c'è di più.
Ciò che colpisce, ad esempio, è il fatto che dopo essere stata considerata il laboratorio-avanguardia dell'idea di Europa, l'Italia è oggi regredita a uno status 'provinciale'. La sua stessa classe politica è provinciale, viaggia poco, soltanto di rado parla inglese. Il ruolo centrale ancora attribuito alla televisione immobilizza il paese negli anni Ottanta. Si va in televisione agghindati, tutto è intrattenimento, pubblicità, talk show urlato, sederi e pizzi, le trasmissioni di inchiesta sono rarissime e di conseguenza quelle a cui potrebbero partecipare filosofi, storici, sociologi, psicanalisti o uomini di scienza praticamente non esistono. Una sera su due Rai Uno manda in onda Porta a Porta, un talk show condotto da un giornalista dolciastro, una sorta di messa a cui partecipano sempre gli stessi leader politici, e che non è lontana dal rimpiazzare Camera e Senato. Molto di rado nelle trasmissioni politiche, sportive o di varietà compare una persona di colore. Nuova provincia, l'Italia perde punti praticamente in ogni settore, dalla scuola alla sanità, all'ecologia, ai diritti, alla cultura (budget massacrato) e anche alla tecnologia. Di recente, dopo Bob Geldof che rimproverava il governo di pareggiare il bilancio alle spalle dei poveri, è stato Bill Gates in persona ad accusare Berlusconi ("I ricchi spendono molti più soldi per risolvere i loro problemi personali, come la calvizie, di quanto non facciano per combattere la malaria") di aver ridotto della metà i fondi pubblici per lo sviluppo promessi davanti alle telecamere, facendo dell'Italia "il più avaro paese europeo".
La stessa regressione a livello informatico. Si sa che a causa del decreto Pisano la connessione wireless a Internet in un luogo pubblico, un areoporto o un cybercafé per esempio, è sottomessa alla presentazione di una carta di identità ? Che i crediti per lo sviluppo dell'addebito immediato sono congelati dal 2008, che da parte della maggioranza si levano voci che domandano il controllo di social network come Facebook ? Che sono state firmate ovunque petizioni per "emancipare Internet" dalle norme legislative che penalizzano il futuro del paese il quale, per l'accesso alla Rete, è già "indietro e sottosviluppato rispetto al resto d'Europa"? Berlusconi è un uomo di televisione vecchio stile, per il quale Internet è un mezzo pericoloso in quanto "liquido", ovvero incontrollabile e fuori dal suo impero.
Ma è a livello sociale che la regressione è più netta. Berlusconi catalizza talmente l'attenzione che all'estero non si percepisce come il fatto più importante sia piuttosto una "leghizzazione" della società, che porta con sé una degradazione morale e civica, una "barbarizzazione" dell'Italia. La Lega Nord di Umberto Bossi - il cui organo di stampa, La Padania, ha scritto "Quando ci libererete dai negri, dalle puttane, dai ladri extracomunitari, dai violentatori color nocciola e dagli zingari che infestano le nostre case, le nostre spiagge, le nostre vite, i nostri spiriti ? Buttateli fuori, questi maledetti" - la Lega Nord alleata decisiva del partito di Berlusconi ha fatto eleggere i suoi uomini, molti dei quali sono ministri, in un considerevole numero di amministrazioni locali, diffondendo i suoi valori e il suo linguaggio. Ha sdoganato e reso normale il discorso xenofobo.
Ci vorrebbe la Biblioteca Vaticana per riunire ed enumerare i discorsi che incitano all'odio razziale, all'omofobia, all'anti-meridionalismo pronunciati dai suoi leader. Che si guardino su Youtube i discorsi del signor Mario Borghezio, che si ascolti qualche estratto dei discorsi di Radio Padania : in nessun paese sarebbe tollerato un tale strabordamento di odio, stupidità, xenofobia! " (L'Espresso, 11 febbraio 2010)
Tuesday, February 23, 2010
Monday, February 15, 2010
Scuola, gli studenti contro il razzismo (di Giulia Belardelli)
ROMA - In molti casi sono sensibili, attenti, aperti al mondo. Il compagno di scuola di un altro colore può diventare il loro miglior amico, le differenze si trasformano in punti di forza per crescere, imparare, arricchirsi. E' così che spesso i ragazzi italiani vedono gli studenti stranieri con cui si trovano a dividere l'aula, il banco, un pezzo di vita. Eppure le domande che affollano la loro testa sono tante: l'Italia è davvero un Paese razzista? E cosa si intende quando si parla xenofobia? Come contrastare l'intolleranza e la violenza? E' un vero e proprio serbatoio di esperienze e pensieri quello che si trova negli articoli scritti per Repubblica@Scuola dagli studenti di medie e superiori, sollecitati a riflettere sui temi della paura e dell'odio verso l'altro, lo straniero, il "diverso". Profondamente colpiti dai fatti di Rosarno e infastiditi dai fischi a Balotelli, i ragazzi hanno voglia di raccontare una realtà che non riconoscono come propria, di far capire ai "grandi" o ai compagni "bulli" che loro, la maggior parte, rifiutano il razzismo come la peggior forma di ignoranza e cattiveria.
Compagni di banco. "Due anni fa, verso novembre, è arrivato un nuovo alunno nella mia classe IIB: sarebbe diventato un mio grande amico", racconta diego96, alunno delle medie inferiori. "Ci avevano detto soltanto che era della Costa d'Avorio e che non parlava l'italiano. Quando la bidella venne ad annunciarci la novità, ricordo che ero interrogato a scienze e questa notizia mi salvò da un voto non proprio bello. La prima volta che entrò in classe, il mio amico era accompagnato dalla madre, che parlava abbastanza bene l'italiano e ci ha spiegato che, nel paese ivoriano dove vivevano, non si parlava il francese puro ma una forma dialettale. Perciò sarebbe potuto capitare che la nostra professoressa di francese non capisse bene tutto ciò che B diceva in quella lingua. Chiamammo la professoressa che gli chiese le cose principali e dopo tradusse per lui alcuni pensieri che volevamo dirgli noi. Ricordo che un mio compagno di classe chiese a B. quale squadra tifava e lui rispose il Milan. Poi tutti noi capimmo che lo stavamo mettendo in difficoltà e allora smettemmo di fargli tante domande: lo avremmo conosciuto bene col tempo e piano piano. E così è stato. Ora io ho la fortuna di averlo vicino di banco: mi spiega le difficoltà economiche della Costa d'Avorio e dell'Africa in genere. Mi racconta che la Costa d'Avorio non è in grandissime difficoltà ma in Paesi vicini e anche confinanti ci sono seri problemi di fame e di soldi. Sto arricchendo così le mie conoscenze e tutti, noi e lui, ci stiamo arricchendo con il bene della nostra amicizia".
Le esperienze: incontri e ricordi. Spesso i ragazzi raccontano di esperienze personali, momenti della loro vita in cui, in un modo o nell'altro, sono entrati in contatto con il razzismo e la xenofobia. Molte scene si svolgono sugli autobus, crocevia di incontri spesso "infelici" tra italiani e immigrati, ma anche in classe, per le strade o nei negozi. "L'altro giorno stavo tornando a casa su un tram frequentato più da stranieri che da italiani", racconta blanche10. "Ammetto di aver notato che eravamo in 'minoranza' su quel mezzo pubblico, ma non ci ho dato peso. C'era una signora, invece, che è rimasta letteralmente sconvolta. Istintivamente, con lo sguardo perso, si è abbrancata alla sua borsa di marca, come se la visione di un uomo di colore, anzi di un gruppo di persone 'diverse', le avesse dato subito lo stimolo di proteggersi e cercare uno sguardo amico e confortante che, in questo caso, sarebbe dovuto essere proprio il mio...".
In certi casi il razzismo e l'ingiustizia si cristallizzano in un'immagine, come nel racconto di aledin (scuole superiori): "Un bimbo di circa otto anni sostava ai bordi di una trafficatissima strada, stretto in un giubbottino sgualcito e intirizzito dal freddo. Non ricordo se fosse uno dei tanti stranieri venuti dall'est che in quel periodo affollavano Milano ma ho presente il suo viso pallido, i capelli biondi e gli occhi segnati da una grande sofferenza. Rammento in particolare di quelle mani graffiate, gonfie e tumefatte che ritmicamente si immergevano nell'acqua di un malandato secchiello per raccogliere uno straccio con cui detergere i parabrezza degli infastiditi automobilisti. Il bimbo si avvicinava lentamente alle vetture, e senza proferire parola, lo sguardo abbassato, compiva velocemente il suo lavoro, ubbidendo, forse, a ordini invisibili. Pochi spiccioli venivano raccolti dal piccolo a differenza di insulti e gesti stizziti. Non ho voluto pensare al popolo degli ultimi, alle vite bruciate di Rosarno e degli altri comuni italiani dove la discriminazione e le mafie locali rendono insostenibile la vita degli immigrati. Forse quel bimbo pensava di trovare un luogo ospitale e migliore. Forse lo stesso pensiero attraversava la mente di tutti coloro che, giungendo nel nostro Paese, speravano di rimettere insieme qualcosa. Chi incontreremo domani ai semafori, nei campi, agli angoli della stazione? Solamente nostri fratelli ma molto più sfortunati di noi".
A volte sono gli scherzi, le frasi dette quasi per gioco a colpire la sensibilità dei ragazzi. "Ho un amico romeno - scrive zippo27 - è una delle persone migliori che abbia mai conosciuto, sempre disponibile e allegro, generalmente quando lo insultano sorride, anche se ne soffre. Qualche giorno fa ha dato l'esame pratico della patente ed è stato bocciato con un pretesto. E l'infelice frase: 'Qui le cose non si fanno alla romena'". "Troppo spesso mi capita di assistere ad atti e insulti razzisti, tra l'indifferenza della gente e qualche sorriso nascosto di persone quasi compiaciute", si legge nell'articolo di joja93, studentessa delle superiori. "Poi, tornando a casa, mi chiedo perché nemmeno io sia intervenuta, e mi convinco che intanto certi stupidi non avrebbero capito, e forse così fanno tutti gli altri".
"Benvenuti a Rosarno. Italia. Europa". Sono in molti a partire da qui, dalle scene di guerriglia trasmesse dai telegiornali nei primi giorni del nuovo anno. Scene che hanno innescato nei ragazzi la voglia di leggere, di informarsi, di capire il perché di tanta violenza. C'è chi, come lullaby2, una risposta se l'è già data. "Mi chiedo se non ci sentiamo in colpa per il fatto che nel nostro Paese bisogna arrivare a spargere del sangue per accorgersi delle condizioni di vita miserabili di migliaia di persone. Mi chiedo - scrive ancora lullaby - se sia più importante sbarazzarci di quello che riteniamo diverso da noi, piuttosto che impegnarci per estinguere definitivamente il problema più grande di tutti: la criminalità organizzata. E allora mi dico che sì, mio nonno aveva ragione. Bisognerebbe sempre imparare dai propri errori. Ma soprattutto bisognerebbe imparare dagli orrori che abbiamo visto e che vediamo ogni giorno".
Gli immigrati di Rosarno sono al centro di tanti altri articoli, tra cui quello di psiche, studente delle scuole superiori. "L'origine della contestazione afro riguarda tutti. L'Italia subisce passiva la mafia, mentre gli africani in Italia la combattono!". E ancora: "Se non ci fossero gli immigrati, il nostro Paese sarebbe senza economia. Il problema è che alcuni volevano braccia, sono arrivati uomini". C'è amarezza nelle parole di qert92, che scrive: "Gente che vive a centinaia in buchi profondi e baracche di cartone e lamiera, gente che sopravvive a stento, la cui esistenza ha un triste epilogo tra l'umidità, la sporcizia, il tanfo della muffa e il sogno infranto di un paradiso e di un futuro. Benvenuti a Rosarno, Italia, Europa. E' qui che scoppia la rivolta, fuochi appiccati nelle strade, cassonetti divelti, auto rovesciate e passanti atterriti che corrono a chiudersi in casa. Urla, scontri, violenza e paura: così viene annunciato il nuovo anno in Calabria". Eppure, continua qert92, basterebbe leggere l'articolo 3 della nostra Costituzione, quello che dice che "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, senza distinzione di sesso, razza, lingua e religione".
"Ehi tu, cittadino del mondo". Inizia così, quasi come una canzone, l'articolo con cui mikittola91 si rivolge ai suoi coetanei. "Ehi tu... Sì, proprio tu che ti vanti di guidare una macchina tedesca, che fai sfoggio di un orologio svizzero e ascolti la tua musica preferita con un i-pod americano. Tu che indossi scarpe di uno stilista francese o polo che presentano un'etichetta inglese ma che in realtà sono fatte in Cina o in paesi del terzo mondo, dove i lavoratori, in maggioranza donne e bambini, vengono sfruttati da 'padroni' senza scrupoli. Fai le vacanze in stupendi atolli tropicali, che al di là delle zone turistiche celano realtà fatte di povertà e abbandono. Tu, uomo cosmopolita, ti fai spaventare allora dal diverso colore di pelle del tuo vicino di casa, da una donna che indossa il burqa o da un Dio differente dal tuo? Come fai a definirti cittadino del mondo?".
I controsensi, insomma, non sfuggono agli occhi dei ragazzi, come fa notare anche insomnium: "Il nostro Paese è una terra promessa per le contraddizioni: all'elezione di Barack Obama tutto il popolo italiano era in festa, e un anno dopo degli uomini vengono picchiati a sangue per la sola colpa di essere 'abbronzati'". Un altro studente (il suo nickname è aqualung) invita a riflettere "sull'ecatombe haitiana": "La sofferenza dovrebbe ricordarci che quelle persone che 'ci rubano il lavoro', come dicono alcuni, stanno solamente cercando una vita migliore".
L'invito ai media. Alcuni studenti si rivolgono direttamente ai media, colpevoli, a loro avviso, di un'informazione distorta che non fa altro che alimentare la spirale del razzismo. "La protesta degli immigrati di Rosarno ha riacceso una miccia mai spenta", scrive stefano c., studente delle scuole superiori. "Che vengano considerati inferiori lo si nota anche dalle interviste. Ai lavoratori extracomunitari quando si rivolgeva loro la parola si dava del tu, ai cittadini si dava del lei. Gesti normali che non hanno fatto scalpore e dimostrano quanto sia tristemente normale considerarli inferiori". Secondo cate92, "non ci si può stupire di certi comportamenti, se a monte c'è una cronaca incentrata soltanto sulle vicende sanguinose ad opera di extracomunitari. In realtà di storie positive ce ne sono tante, a cominciare da tutte quelle persone che svolgono il loro lavoro onestamente, con impegno e passione. Dare maggiore risalto a questi aspetti - conclude cate92 - aiuterebbe noi italiani a vedere gli extracomunitari nella giusta luce, e aiuterebbe loro a farsi coraggio e vivere con maggiore convinzione il proprio lavoro".
"C'è posto per tutti, c'è libertà per tutti". Scorrendo i tantissimi contributi lasciati sul sito, si trova anche quello di gatolopez. "Scrivere contro il razzismo, sputare lì quelle quattro parole finte benpensanti, oh com'è facile! La penna sembra prendere in giro persino me stesso, l'ennesima presa in giro, l'ennesimo giro a vuoto dell'umanità. E per la città percepisco il nervosismo, l'ansia, l'affaccendarsi del gregge che non regge più l'esaltante monotonia in cui il pastore l'ha guidato. Ascolto nel silenzio invernale le nostre fredde menti chiuse che imparano l'alfabeto e dimenticano l'amore. Così noi seguiamo il nostro pastore lungo il sentiero, tutt'intorno cani da guardia, e beliamo, proprio come cantano i Pink Floyd in una loro celebre canzone, con lo sguardo rivolto in basso dinanzi ai loro denti aguzzi; tra di noi invece solo rabbia, disprezzo, discriminazione, infamia, accuse, ingenua ricerca di un capro espiatorio. Tra di noi è meglio che io sia primo e voi ultimi, tra di noi contiamo solamente io e il mio sentiero. Tra di noi mi chiudo in me stesso e cammino. Povere pecore! La paura le spinge ad aver paura delle altre, povere pecore affaticate che non distinguono più le loro simili dai cani pastore, povere pecore che camminano in gregge nella valle. Povere pecore xenofobe e razziste la colpa è di quei cani, la colpa è di quel pastore. Pecore, fermatevi un attimo, guardatevi intorno, c'è posto per tutti, c'è libertà per tutti, c'è terra per tutti, c'è acqua per tutti e amore per ciascuno. Il pastore è molto avanti ma voi vi fermerete, voi capirete che c'è un pastore dentro ognuno di noi". (La Repubblica, 27 gennaio 2010)
Compagni di banco. "Due anni fa, verso novembre, è arrivato un nuovo alunno nella mia classe IIB: sarebbe diventato un mio grande amico", racconta diego96, alunno delle medie inferiori. "Ci avevano detto soltanto che era della Costa d'Avorio e che non parlava l'italiano. Quando la bidella venne ad annunciarci la novità, ricordo che ero interrogato a scienze e questa notizia mi salvò da un voto non proprio bello. La prima volta che entrò in classe, il mio amico era accompagnato dalla madre, che parlava abbastanza bene l'italiano e ci ha spiegato che, nel paese ivoriano dove vivevano, non si parlava il francese puro ma una forma dialettale. Perciò sarebbe potuto capitare che la nostra professoressa di francese non capisse bene tutto ciò che B diceva in quella lingua. Chiamammo la professoressa che gli chiese le cose principali e dopo tradusse per lui alcuni pensieri che volevamo dirgli noi. Ricordo che un mio compagno di classe chiese a B. quale squadra tifava e lui rispose il Milan. Poi tutti noi capimmo che lo stavamo mettendo in difficoltà e allora smettemmo di fargli tante domande: lo avremmo conosciuto bene col tempo e piano piano. E così è stato. Ora io ho la fortuna di averlo vicino di banco: mi spiega le difficoltà economiche della Costa d'Avorio e dell'Africa in genere. Mi racconta che la Costa d'Avorio non è in grandissime difficoltà ma in Paesi vicini e anche confinanti ci sono seri problemi di fame e di soldi. Sto arricchendo così le mie conoscenze e tutti, noi e lui, ci stiamo arricchendo con il bene della nostra amicizia".
Le esperienze: incontri e ricordi. Spesso i ragazzi raccontano di esperienze personali, momenti della loro vita in cui, in un modo o nell'altro, sono entrati in contatto con il razzismo e la xenofobia. Molte scene si svolgono sugli autobus, crocevia di incontri spesso "infelici" tra italiani e immigrati, ma anche in classe, per le strade o nei negozi. "L'altro giorno stavo tornando a casa su un tram frequentato più da stranieri che da italiani", racconta blanche10. "Ammetto di aver notato che eravamo in 'minoranza' su quel mezzo pubblico, ma non ci ho dato peso. C'era una signora, invece, che è rimasta letteralmente sconvolta. Istintivamente, con lo sguardo perso, si è abbrancata alla sua borsa di marca, come se la visione di un uomo di colore, anzi di un gruppo di persone 'diverse', le avesse dato subito lo stimolo di proteggersi e cercare uno sguardo amico e confortante che, in questo caso, sarebbe dovuto essere proprio il mio...".
In certi casi il razzismo e l'ingiustizia si cristallizzano in un'immagine, come nel racconto di aledin (scuole superiori): "Un bimbo di circa otto anni sostava ai bordi di una trafficatissima strada, stretto in un giubbottino sgualcito e intirizzito dal freddo. Non ricordo se fosse uno dei tanti stranieri venuti dall'est che in quel periodo affollavano Milano ma ho presente il suo viso pallido, i capelli biondi e gli occhi segnati da una grande sofferenza. Rammento in particolare di quelle mani graffiate, gonfie e tumefatte che ritmicamente si immergevano nell'acqua di un malandato secchiello per raccogliere uno straccio con cui detergere i parabrezza degli infastiditi automobilisti. Il bimbo si avvicinava lentamente alle vetture, e senza proferire parola, lo sguardo abbassato, compiva velocemente il suo lavoro, ubbidendo, forse, a ordini invisibili. Pochi spiccioli venivano raccolti dal piccolo a differenza di insulti e gesti stizziti. Non ho voluto pensare al popolo degli ultimi, alle vite bruciate di Rosarno e degli altri comuni italiani dove la discriminazione e le mafie locali rendono insostenibile la vita degli immigrati. Forse quel bimbo pensava di trovare un luogo ospitale e migliore. Forse lo stesso pensiero attraversava la mente di tutti coloro che, giungendo nel nostro Paese, speravano di rimettere insieme qualcosa. Chi incontreremo domani ai semafori, nei campi, agli angoli della stazione? Solamente nostri fratelli ma molto più sfortunati di noi".
A volte sono gli scherzi, le frasi dette quasi per gioco a colpire la sensibilità dei ragazzi. "Ho un amico romeno - scrive zippo27 - è una delle persone migliori che abbia mai conosciuto, sempre disponibile e allegro, generalmente quando lo insultano sorride, anche se ne soffre. Qualche giorno fa ha dato l'esame pratico della patente ed è stato bocciato con un pretesto. E l'infelice frase: 'Qui le cose non si fanno alla romena'". "Troppo spesso mi capita di assistere ad atti e insulti razzisti, tra l'indifferenza della gente e qualche sorriso nascosto di persone quasi compiaciute", si legge nell'articolo di joja93, studentessa delle superiori. "Poi, tornando a casa, mi chiedo perché nemmeno io sia intervenuta, e mi convinco che intanto certi stupidi non avrebbero capito, e forse così fanno tutti gli altri".
"Benvenuti a Rosarno. Italia. Europa". Sono in molti a partire da qui, dalle scene di guerriglia trasmesse dai telegiornali nei primi giorni del nuovo anno. Scene che hanno innescato nei ragazzi la voglia di leggere, di informarsi, di capire il perché di tanta violenza. C'è chi, come lullaby2, una risposta se l'è già data. "Mi chiedo se non ci sentiamo in colpa per il fatto che nel nostro Paese bisogna arrivare a spargere del sangue per accorgersi delle condizioni di vita miserabili di migliaia di persone. Mi chiedo - scrive ancora lullaby - se sia più importante sbarazzarci di quello che riteniamo diverso da noi, piuttosto che impegnarci per estinguere definitivamente il problema più grande di tutti: la criminalità organizzata. E allora mi dico che sì, mio nonno aveva ragione. Bisognerebbe sempre imparare dai propri errori. Ma soprattutto bisognerebbe imparare dagli orrori che abbiamo visto e che vediamo ogni giorno".
Gli immigrati di Rosarno sono al centro di tanti altri articoli, tra cui quello di psiche, studente delle scuole superiori. "L'origine della contestazione afro riguarda tutti. L'Italia subisce passiva la mafia, mentre gli africani in Italia la combattono!". E ancora: "Se non ci fossero gli immigrati, il nostro Paese sarebbe senza economia. Il problema è che alcuni volevano braccia, sono arrivati uomini". C'è amarezza nelle parole di qert92, che scrive: "Gente che vive a centinaia in buchi profondi e baracche di cartone e lamiera, gente che sopravvive a stento, la cui esistenza ha un triste epilogo tra l'umidità, la sporcizia, il tanfo della muffa e il sogno infranto di un paradiso e di un futuro. Benvenuti a Rosarno, Italia, Europa. E' qui che scoppia la rivolta, fuochi appiccati nelle strade, cassonetti divelti, auto rovesciate e passanti atterriti che corrono a chiudersi in casa. Urla, scontri, violenza e paura: così viene annunciato il nuovo anno in Calabria". Eppure, continua qert92, basterebbe leggere l'articolo 3 della nostra Costituzione, quello che dice che "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, senza distinzione di sesso, razza, lingua e religione".
"Ehi tu, cittadino del mondo". Inizia così, quasi come una canzone, l'articolo con cui mikittola91 si rivolge ai suoi coetanei. "Ehi tu... Sì, proprio tu che ti vanti di guidare una macchina tedesca, che fai sfoggio di un orologio svizzero e ascolti la tua musica preferita con un i-pod americano. Tu che indossi scarpe di uno stilista francese o polo che presentano un'etichetta inglese ma che in realtà sono fatte in Cina o in paesi del terzo mondo, dove i lavoratori, in maggioranza donne e bambini, vengono sfruttati da 'padroni' senza scrupoli. Fai le vacanze in stupendi atolli tropicali, che al di là delle zone turistiche celano realtà fatte di povertà e abbandono. Tu, uomo cosmopolita, ti fai spaventare allora dal diverso colore di pelle del tuo vicino di casa, da una donna che indossa il burqa o da un Dio differente dal tuo? Come fai a definirti cittadino del mondo?".
I controsensi, insomma, non sfuggono agli occhi dei ragazzi, come fa notare anche insomnium: "Il nostro Paese è una terra promessa per le contraddizioni: all'elezione di Barack Obama tutto il popolo italiano era in festa, e un anno dopo degli uomini vengono picchiati a sangue per la sola colpa di essere 'abbronzati'". Un altro studente (il suo nickname è aqualung) invita a riflettere "sull'ecatombe haitiana": "La sofferenza dovrebbe ricordarci che quelle persone che 'ci rubano il lavoro', come dicono alcuni, stanno solamente cercando una vita migliore".
L'invito ai media. Alcuni studenti si rivolgono direttamente ai media, colpevoli, a loro avviso, di un'informazione distorta che non fa altro che alimentare la spirale del razzismo. "La protesta degli immigrati di Rosarno ha riacceso una miccia mai spenta", scrive stefano c., studente delle scuole superiori. "Che vengano considerati inferiori lo si nota anche dalle interviste. Ai lavoratori extracomunitari quando si rivolgeva loro la parola si dava del tu, ai cittadini si dava del lei. Gesti normali che non hanno fatto scalpore e dimostrano quanto sia tristemente normale considerarli inferiori". Secondo cate92, "non ci si può stupire di certi comportamenti, se a monte c'è una cronaca incentrata soltanto sulle vicende sanguinose ad opera di extracomunitari. In realtà di storie positive ce ne sono tante, a cominciare da tutte quelle persone che svolgono il loro lavoro onestamente, con impegno e passione. Dare maggiore risalto a questi aspetti - conclude cate92 - aiuterebbe noi italiani a vedere gli extracomunitari nella giusta luce, e aiuterebbe loro a farsi coraggio e vivere con maggiore convinzione il proprio lavoro".
"C'è posto per tutti, c'è libertà per tutti". Scorrendo i tantissimi contributi lasciati sul sito, si trova anche quello di gatolopez. "Scrivere contro il razzismo, sputare lì quelle quattro parole finte benpensanti, oh com'è facile! La penna sembra prendere in giro persino me stesso, l'ennesima presa in giro, l'ennesimo giro a vuoto dell'umanità. E per la città percepisco il nervosismo, l'ansia, l'affaccendarsi del gregge che non regge più l'esaltante monotonia in cui il pastore l'ha guidato. Ascolto nel silenzio invernale le nostre fredde menti chiuse che imparano l'alfabeto e dimenticano l'amore. Così noi seguiamo il nostro pastore lungo il sentiero, tutt'intorno cani da guardia, e beliamo, proprio come cantano i Pink Floyd in una loro celebre canzone, con lo sguardo rivolto in basso dinanzi ai loro denti aguzzi; tra di noi invece solo rabbia, disprezzo, discriminazione, infamia, accuse, ingenua ricerca di un capro espiatorio. Tra di noi è meglio che io sia primo e voi ultimi, tra di noi contiamo solamente io e il mio sentiero. Tra di noi mi chiudo in me stesso e cammino. Povere pecore! La paura le spinge ad aver paura delle altre, povere pecore affaticate che non distinguono più le loro simili dai cani pastore, povere pecore che camminano in gregge nella valle. Povere pecore xenofobe e razziste la colpa è di quei cani, la colpa è di quel pastore. Pecore, fermatevi un attimo, guardatevi intorno, c'è posto per tutti, c'è libertà per tutti, c'è terra per tutti, c'è acqua per tutti e amore per ciascuno. Il pastore è molto avanti ma voi vi fermerete, voi capirete che c'è un pastore dentro ognuno di noi". (La Repubblica, 27 gennaio 2010)
Wednesday, December 16, 2009
Io, nero italiano e la mia vita ad ostacoli (di Pap Khouma)
Sono italiano e ho la pelle nera. Un black italiano, come mi sono sentito dire al controllo dei passaporti dell'aeroporto di Boston da africane americane addette alla sicurezza. Ma voi avete idea di cosa significa essere italiano e avere la pelle nera proprio nell'Italia del 2009?
Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d'identità, che il funzionario senza neppure dare un'occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano possiede. Ricordo un'occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta d'identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero lasciando la gente in fila ai rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più o meno così.
"Mi ha dato la sua carta d'identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno. Come è possibile?".
"Come hai fatto ad avere la carta d'identità, se non hai un permesso di soggiorno... ci capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l'italiano?". "Non ho il permesso di soggiorno", mi limitai a rispondere.
Sul documento rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato "cittadino italiano" ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza. Perché non leggete cosa c'è scritto sul documento?", suggerii. Attimo di sorpresa ma.... finalmente mi diedero del lei. "Lei è cittadino italiano? Perché non l'ha detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario...".
L'obiezione sembrerebbe avere un qualche senso ma se invece, per tagliare corto, sottolineo subito che sono cittadino italiano, mi sento rispondere frasi del genere: "Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano". Oppure, con un sorriso: "Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario". Quando abitavo vicino a viale Piave, zona centrale di Milano, mi è capitato che mentre di sera stavo aprendo la mia macchina ed avevo in mano le chiavi una persona si è avvicinata e mi ha chiesto con tono perentorio perché stavo aprendo quell'auto. D'istinto ho risposto: "Perché la sto rubando! Chiama subito i carabinieri". E al giustiziere, spiazzato, non è restato che andarsene.
In un'altra occasione a Milano alle otto di mattina in un viale ad intenso traffico, la mia compagna mentre guidava ha tagliato inavvertitamente la strada ad una donna sul motorino. E' scesa di corsa per sincerarsi dello stato della malcapitata. Ho preso il volante per spostare la macchina e liberare il traffico all'ora di punta. Un'altra donna (bianca) in coda è scesa dalla propria macchina ed è corsa verso la mia compagna (bianca) e diffondendo il panico le ha detto: "Mentre stai qui a guardare, un extracomunitario ti sta rubando la macchina". "Non è un ladro, è il mio compagno", si è sentita rispondere.
Tutte le volte che ho cambiato casa, ho dovuto affrontare una sorta di rito di passaggio. All'inizio, saluto con un sorriso gli inquilini incrociati per caso nell'atrio: "Buongiorno!" o "Buona sera!". Con i giovani tutto fila liscio. Mentre le persone adulte sono più sospettose. Posso anche capirle finché mi chiedono se abito lì, perché è la prima volta che ci incontriamo. Ma rimango spiazzato quando al saluto mi sento rispondere frasi del genere: "Non compriamo nulla. Qui non puoi vendere!". "Chi ti ha fatto entrare?".
Nel settembre di quest'anno ero con mio figlio di 12 anni e aspettavo insieme a lui l'arrivo della metropolitana alla stazione di Palestro. Come sempre l'altoparlante esortava i passeggeri a non superare la linea gialla di sicurezza. Un anziano signore apostrofò mio figlio: "Parlano con te, ragazzino. Hai superato la linea gialla. Devi sapere che qui è vietato superare la linea gialla... maleducato". Facevo notare all'anziano che mio figlio era lontano dalla linea gialla ma lui continuava ad inveire: "Non dovete neppure stare in questo paese. Tornatevene a casa vostra... feccia del mondo. La pagherete prima o poi".
Qualche settimana fa all'aeroporto di Linate sono entrato in un'edicola per comprare un giornale. C'era un giovane addetto tutto tatuato, mi sono avvicinato a lui per pagare e mi ha indicato un'altra cassa aperta. Ho pagato e mi sono avviato verso l'uscita quando il giovane addetto si è messo a urlare alla cassiera: "Quell'uomo di colore ha pagato il giornale?". La cassiera ha risposto urlando: "Sì l'uomo di colore ha pagato!". Tornato indietro gli dico: "Non c'é bisogno di urlare in questo modo. Ha visto bene mentre pagavo". "Lei mi ha guardato bene? Lo sa con chi sta parlando? Mi guardi bene! Sa cosa sono? Lei si rende conto cosa sono?". Cercava di intimidirmi. "Un razzista!" gli dico. "Sì, sono un razzista. Stia molto attento!". "Lei è un cretino", ho replicato.
Chi vive queste situazioni quotidiane per più di 25 anni o finisce per accettarle, far finta di niente per poter vivere senza impazzire, oppure può diventare sospettoso, arcigno, pieno di "pregiudizi al contrario", spesso sulle spine col rischio di confondere le situazioni e di vedere razzisti sbucare da tutte le parti, di perdere la testa e di urlare e insultare in mezzo alla gente. E il suo aguzzino che ha il coltello dalla parte del manico, con calma commenta utilizzando una "formula" fissa ma molto efficace: "Guardate, sta urlando, mi sta insultando. Lui è soltanto un ospite a casa mia. Siete tutti testimoni...".
Ho assistito per caso alla rappresentazione di una banda musicale ad Aguzzano, nel piacentino. Quando quasi tutti se ne erano andati ho visto in mezzo alla piazza una bandiera italiana prendere fuoco senza una ragionevole spiegazione. Mi sono ben guardato dal spegnerla anche se ero vicino. Cosa avrebbe pensato o come avrebbe reagito la gente vedendo un "extracomunitario" nella piazza di un paesino con la bandiera italiana in fiamme tra le mani? Troppi simboli messi insieme. Ho lasciato la bandiera bruciare con buona pace di tutti.
Ho invece infinitamente apprezzato il comportamento dei poliziotti del presidio della metropolitana di Piazza Duomo di Milano. Non volevo arrivare al lavoro in ritardo e stavo correndo in mezzo alla gente. Ad un tratto mi sentii afferrare alle spalle e spintonare. Mi ritrovai di fronte un giovane poliziotto in divisa che mi urlò di consegnare i documenti. Consegnai la mia carta di identità al poliziotto già furibondo il quale, senza aprirla, mi ordinò di seguirlo. Giunti al posto di polizia, dichiarò ai suoi colleghi: "Questo extracomunitario si comporta da prepotente!".
Per fortuna le mie spiegazioni non furono smentite dal collega presente ai fatti. I poliziotti verificarono accuratamente i miei documenti e dopo conclusero che il loro giovane collega aveva sbagliato porgendomi le loro scuse. Furono anche dispiaciuti per il mio ritardo al lavoro.
Dopotutto, ho l'impressione che, rispetto alla maggioranza della gente, ai poliziotti non sembri anormale ritrovarsi di fronte a un cittadino italiano con la pelle nera o marrone. "Noi non siamo abituati!", ci sentiamo dire sempre e ovunque da nove persone su dieci. E' un alibi che non regge più dopo trent'anni che viviamo e lavoriamo qui, ci sposiamo con italiane/italiani, facciamo dei figli misti o no, che crescono e vengono educati nelle scuole e università italiane.
Un fatto sconvolgente è quando tre anni fa fui aggredito da quattro controllori dell'Atm a Milano e finii al pronto soccorso. Ancora oggi sto affrontando i processi ma con i controllori come vittime ed io come imputato. Una cosa è certa, ho ancora fiducia nella giustizia italiana. (La Repubblica, 12 dicembre 2009)
Pap Khouma, di origine senegalese, vive a Milano, dove si è sempre occupato di cultura e di letteratura, attraverso numerose e svariate esperienze. Ha partecipato come relatore a numerosi convegni nazionali e internazionali, presso le maggiori università italiane (Milano, Roma, Bologna), sui grandi temi dell'immigrazione, della cultura e della letteratura , e nel 1998 è stato invitato a svolgere un ciclo di conferenze negli Stati Uniti. Iscritto all'Albo dei giornalisti stranieri dal 1994, per quattro anni (1991-1995) ha firmato una rubrica su "Linus", e ha collaborato con "l'Unità", "Il Diario", "Epoca", "Sette", "Metro". Ha pubblicato Io, venditore di elefanti (insieme al giornalista e scrittore Oreste Pivetta, Garzanti ed. 1990), giunto oggi all'ottava edizione, adottato da molte scuole come libro di testo, e i cui brani sono inseriti in numerose antologie scolastiche, ed è stato curatore e coautore del libro Nato in Senegal immigrato in Italia (Ambiente ed. 1994).
Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d'identità, che il funzionario senza neppure dare un'occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano possiede. Ricordo un'occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta d'identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero lasciando la gente in fila ai rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più o meno così.
"Mi ha dato la sua carta d'identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno. Come è possibile?".
"Come hai fatto ad avere la carta d'identità, se non hai un permesso di soggiorno... ci capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l'italiano?". "Non ho il permesso di soggiorno", mi limitai a rispondere.
Sul documento rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato "cittadino italiano" ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza. Perché non leggete cosa c'è scritto sul documento?", suggerii. Attimo di sorpresa ma.... finalmente mi diedero del lei. "Lei è cittadino italiano? Perché non l'ha detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario...".
L'obiezione sembrerebbe avere un qualche senso ma se invece, per tagliare corto, sottolineo subito che sono cittadino italiano, mi sento rispondere frasi del genere: "Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano". Oppure, con un sorriso: "Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario". Quando abitavo vicino a viale Piave, zona centrale di Milano, mi è capitato che mentre di sera stavo aprendo la mia macchina ed avevo in mano le chiavi una persona si è avvicinata e mi ha chiesto con tono perentorio perché stavo aprendo quell'auto. D'istinto ho risposto: "Perché la sto rubando! Chiama subito i carabinieri". E al giustiziere, spiazzato, non è restato che andarsene.
In un'altra occasione a Milano alle otto di mattina in un viale ad intenso traffico, la mia compagna mentre guidava ha tagliato inavvertitamente la strada ad una donna sul motorino. E' scesa di corsa per sincerarsi dello stato della malcapitata. Ho preso il volante per spostare la macchina e liberare il traffico all'ora di punta. Un'altra donna (bianca) in coda è scesa dalla propria macchina ed è corsa verso la mia compagna (bianca) e diffondendo il panico le ha detto: "Mentre stai qui a guardare, un extracomunitario ti sta rubando la macchina". "Non è un ladro, è il mio compagno", si è sentita rispondere.
Tutte le volte che ho cambiato casa, ho dovuto affrontare una sorta di rito di passaggio. All'inizio, saluto con un sorriso gli inquilini incrociati per caso nell'atrio: "Buongiorno!" o "Buona sera!". Con i giovani tutto fila liscio. Mentre le persone adulte sono più sospettose. Posso anche capirle finché mi chiedono se abito lì, perché è la prima volta che ci incontriamo. Ma rimango spiazzato quando al saluto mi sento rispondere frasi del genere: "Non compriamo nulla. Qui non puoi vendere!". "Chi ti ha fatto entrare?".
Nel settembre di quest'anno ero con mio figlio di 12 anni e aspettavo insieme a lui l'arrivo della metropolitana alla stazione di Palestro. Come sempre l'altoparlante esortava i passeggeri a non superare la linea gialla di sicurezza. Un anziano signore apostrofò mio figlio: "Parlano con te, ragazzino. Hai superato la linea gialla. Devi sapere che qui è vietato superare la linea gialla... maleducato". Facevo notare all'anziano che mio figlio era lontano dalla linea gialla ma lui continuava ad inveire: "Non dovete neppure stare in questo paese. Tornatevene a casa vostra... feccia del mondo. La pagherete prima o poi".
Qualche settimana fa all'aeroporto di Linate sono entrato in un'edicola per comprare un giornale. C'era un giovane addetto tutto tatuato, mi sono avvicinato a lui per pagare e mi ha indicato un'altra cassa aperta. Ho pagato e mi sono avviato verso l'uscita quando il giovane addetto si è messo a urlare alla cassiera: "Quell'uomo di colore ha pagato il giornale?". La cassiera ha risposto urlando: "Sì l'uomo di colore ha pagato!". Tornato indietro gli dico: "Non c'é bisogno di urlare in questo modo. Ha visto bene mentre pagavo". "Lei mi ha guardato bene? Lo sa con chi sta parlando? Mi guardi bene! Sa cosa sono? Lei si rende conto cosa sono?". Cercava di intimidirmi. "Un razzista!" gli dico. "Sì, sono un razzista. Stia molto attento!". "Lei è un cretino", ho replicato.
Chi vive queste situazioni quotidiane per più di 25 anni o finisce per accettarle, far finta di niente per poter vivere senza impazzire, oppure può diventare sospettoso, arcigno, pieno di "pregiudizi al contrario", spesso sulle spine col rischio di confondere le situazioni e di vedere razzisti sbucare da tutte le parti, di perdere la testa e di urlare e insultare in mezzo alla gente. E il suo aguzzino che ha il coltello dalla parte del manico, con calma commenta utilizzando una "formula" fissa ma molto efficace: "Guardate, sta urlando, mi sta insultando. Lui è soltanto un ospite a casa mia. Siete tutti testimoni...".
Ho assistito per caso alla rappresentazione di una banda musicale ad Aguzzano, nel piacentino. Quando quasi tutti se ne erano andati ho visto in mezzo alla piazza una bandiera italiana prendere fuoco senza una ragionevole spiegazione. Mi sono ben guardato dal spegnerla anche se ero vicino. Cosa avrebbe pensato o come avrebbe reagito la gente vedendo un "extracomunitario" nella piazza di un paesino con la bandiera italiana in fiamme tra le mani? Troppi simboli messi insieme. Ho lasciato la bandiera bruciare con buona pace di tutti.
Ho invece infinitamente apprezzato il comportamento dei poliziotti del presidio della metropolitana di Piazza Duomo di Milano. Non volevo arrivare al lavoro in ritardo e stavo correndo in mezzo alla gente. Ad un tratto mi sentii afferrare alle spalle e spintonare. Mi ritrovai di fronte un giovane poliziotto in divisa che mi urlò di consegnare i documenti. Consegnai la mia carta di identità al poliziotto già furibondo il quale, senza aprirla, mi ordinò di seguirlo. Giunti al posto di polizia, dichiarò ai suoi colleghi: "Questo extracomunitario si comporta da prepotente!".
Per fortuna le mie spiegazioni non furono smentite dal collega presente ai fatti. I poliziotti verificarono accuratamente i miei documenti e dopo conclusero che il loro giovane collega aveva sbagliato porgendomi le loro scuse. Furono anche dispiaciuti per il mio ritardo al lavoro.
Dopotutto, ho l'impressione che, rispetto alla maggioranza della gente, ai poliziotti non sembri anormale ritrovarsi di fronte a un cittadino italiano con la pelle nera o marrone. "Noi non siamo abituati!", ci sentiamo dire sempre e ovunque da nove persone su dieci. E' un alibi che non regge più dopo trent'anni che viviamo e lavoriamo qui, ci sposiamo con italiane/italiani, facciamo dei figli misti o no, che crescono e vengono educati nelle scuole e università italiane.
Un fatto sconvolgente è quando tre anni fa fui aggredito da quattro controllori dell'Atm a Milano e finii al pronto soccorso. Ancora oggi sto affrontando i processi ma con i controllori come vittime ed io come imputato. Una cosa è certa, ho ancora fiducia nella giustizia italiana. (La Repubblica, 12 dicembre 2009)
Pap Khouma, di origine senegalese, vive a Milano, dove si è sempre occupato di cultura e di letteratura, attraverso numerose e svariate esperienze. Ha partecipato come relatore a numerosi convegni nazionali e internazionali, presso le maggiori università italiane (Milano, Roma, Bologna), sui grandi temi dell'immigrazione, della cultura e della letteratura , e nel 1998 è stato invitato a svolgere un ciclo di conferenze negli Stati Uniti. Iscritto all'Albo dei giornalisti stranieri dal 1994, per quattro anni (1991-1995) ha firmato una rubrica su "Linus", e ha collaborato con "l'Unità", "Il Diario", "Epoca", "Sette", "Metro". Ha pubblicato Io, venditore di elefanti (insieme al giornalista e scrittore Oreste Pivetta, Garzanti ed. 1990), giunto oggi all'ottava edizione, adottato da molte scuole come libro di testo, e i cui brani sono inseriti in numerose antologie scolastiche, ed è stato curatore e coautore del libro Nato in Senegal immigrato in Italia (Ambiente ed. 1994).
Saturday, December 12, 2009
Treviso, Gentilini: "No ai parroci stranieri" (di Laura Canzian)
L'intervento del vicesindaco all'inaugurazione di un crocifisso di ferro nel giardino di palazzo Rinaldi: "Finirebbero per essere semplici funzionari ecclesiastici - spiega - il parroco invece deve conoscere la sua gente"
«Sacerdoti stranieri? No grazie». A dire la sua sui sacerdoti non italiani alla guida delle parrocchie è il vicesindaco Gentilini, che si giustifica così: «Finirebbero per essere semplici funzionari ecclesiastici - dice Gentilini - Il parroco invece deve conoscere la sua gente».
Tutto questo viene detto mentre svela il crocifisso di ferro nel giardino di palazzo Rinaldi, opera da lui voluta dopo la polemica sul simbolo sacro nata dopo la sentenza di Strasburgo. Dichiarazioni fatte a margine della cerimonia quelle di Gentilini. «Giudico negativa la carenza di sacerdoti - premette il vicesindaco - Quando un parroco deve gestire più parrocchie, non si radica nel territorio. Devono conoscere i loro cittadini». Cosa che, secondo Gentilini, non può fare un super-parroco né tantomeno un sacerdote di origine straniera, figure sempre più diffuse in zone come Genova e Firenze e che talvolta, con la loro presenza, «tamponano» la crisi di vocazioni dei nostri connazionali.
«Gli stranieri non conoscono le tradizioni», dice il prosindaco. Sopra di lui si erge il crocifisso in ferro battuto opera di Claudio Rottin, artista di Carbonera, voluto dal vicesindaco dopo la sentenza del Parlamento europeo che vieterebbe la presenza del simbolo cristiano nelle classi e contro cui la Lega ha combattuto un’aspra battaglia. «Riaffermiamo così la nostra cristianità» dice Gentilini. Alla cerimonia mancano rappresentanti del clero. Il crocifisso è stato messo nel giardino di palazzo Rinaldi in tutta fretta, prima di Natale, e pare senza particolari autorizzazioni o richieste.
All’ombra della croce Gentilini si lascia andare anche a un commento sul probabile nuovo vescovo di Treviso, il francescano Gianfranco Agostino Gardin. «Sono contento - dice -. Spero introduca uno spirito innovativo, ma senza disconoscere la tradizione. E poi la chiesa deve guadagnarsi la simpatia dei giovani». (La Repubblica, 10 dicembre 2009)
«Sacerdoti stranieri? No grazie». A dire la sua sui sacerdoti non italiani alla guida delle parrocchie è il vicesindaco Gentilini, che si giustifica così: «Finirebbero per essere semplici funzionari ecclesiastici - dice Gentilini - Il parroco invece deve conoscere la sua gente».
Tutto questo viene detto mentre svela il crocifisso di ferro nel giardino di palazzo Rinaldi, opera da lui voluta dopo la polemica sul simbolo sacro nata dopo la sentenza di Strasburgo. Dichiarazioni fatte a margine della cerimonia quelle di Gentilini. «Giudico negativa la carenza di sacerdoti - premette il vicesindaco - Quando un parroco deve gestire più parrocchie, non si radica nel territorio. Devono conoscere i loro cittadini». Cosa che, secondo Gentilini, non può fare un super-parroco né tantomeno un sacerdote di origine straniera, figure sempre più diffuse in zone come Genova e Firenze e che talvolta, con la loro presenza, «tamponano» la crisi di vocazioni dei nostri connazionali.
«Gli stranieri non conoscono le tradizioni», dice il prosindaco. Sopra di lui si erge il crocifisso in ferro battuto opera di Claudio Rottin, artista di Carbonera, voluto dal vicesindaco dopo la sentenza del Parlamento europeo che vieterebbe la presenza del simbolo cristiano nelle classi e contro cui la Lega ha combattuto un’aspra battaglia. «Riaffermiamo così la nostra cristianità» dice Gentilini. Alla cerimonia mancano rappresentanti del clero. Il crocifisso è stato messo nel giardino di palazzo Rinaldi in tutta fretta, prima di Natale, e pare senza particolari autorizzazioni o richieste.
All’ombra della croce Gentilini si lascia andare anche a un commento sul probabile nuovo vescovo di Treviso, il francescano Gianfranco Agostino Gardin. «Sono contento - dice -. Spero introduca uno spirito innovativo, ma senza disconoscere la tradizione. E poi la chiesa deve guadagnarsi la simpatia dei giovani». (La Repubblica, 10 dicembre 2009)
Il razzismo esplode fra i banchi delle medie. "Non ci sediamo con i cinesi: puzzano" (di Franco Vanni)
A Quarto Oggiaro, quartiere difficile alla periferia di Milano, i prof convocano i genitori. E il collegio dei docenti decide che ogni quindici giorni gli studenti devono cambiare di posto e l’assegnazione dei banchi è decisa dai professori
Tredicenni che non vogliono come compagni di banco gli studenti cinesi, perché dicono che «puzzano». Un’alunna che si alza durante l’ora di matematica e lancia il suo proclama: «L’Italia agli italiani!». Per scardinare quelli che vengono definiti «atteggiamenti razzisti inaccettabili», il collegio dei docenti di una terza media della scuola Trilussa, nel quartiere milanese di Quarto Oggiaro, ha preso una decisione drastica: ogni quindici giorni gli studenti devono cambiare di posto e l’assegnazione dei banchi è decisa dai professori.
«Vedere l’aula divisa in “quartieri” dava dolore, ora gli alunni avranno modo di conoscersi davvero», dice Adele Moroni, insegnante di italiano della classe, in cui nove dei 22 studenti sono stranieri. In un mese di sperimentazione, gli studenti hanno dovuto cambiare banco già tre volte. L’ultimo rimescolamento è stato appena fatto. Il progetto è stato preceduto da una lettera ai genitori, convocati a scuola «per discutere la situazione disciplinare della classe», dove in generale «i rapporti fra ragazzi non sono sempre facili».
Più esplicito l’avviso rivolto alle 13 famiglie italiane, in cui si parla di «intolleranza nei confronti dei non italiani». Nell’i ncontro con mamme e papà, martedì scorso, le professoresse hanno illustrato i risultati della nuova strategia di integrazione. «Anche se siamo solo all’inizio — racconta la Moroni — abbiamo avuto segnali importanti. In alcuni casi, commoventi». Una ragazzina marocchina, a cui in passato erano stati sporcati i vestiti “per scherzo” con della vernice, è stata invitata a studiare insieme al pomeriggio dai compagni. Uno studente ecuadoriano «spesso isolato» ora passa l’intervallo in compagnia.
Più difficile l’integrazione dei cinque alunni cinesi, arrivati in classe quest’anno. Nei loro confronti il pregiudizio sembra essere più radicato: «Non pagano le tasse», «ci rubano il lavoro», «sono diversi», dicono gli altri ragazzi. Non aiuta il fatto che, non sapendo la lingua, i cinque debbano passare molte ore da soli, con un docente che insegna loro l’italiano. La professoressa di sostegno della classe, sull’utilità del progetto non ha dubbi: «Che nel 2009 i ragazzi siano razzisti è assurdo — dice — andremo avanti con i posti a rotazione fino a quando non avremo vinto la sfida».
La professoressa Moroni è andata a comprare un albero di Natale da mettere in classe. Ogni studente sarà chiamato a portare un oggetto da casa, di poco valore ma “con un significato”. Prima delle vacanze natalizie, con una lotteria, gli oggetti saranno distribuiti fra gli alunni in modo casuale. (La Repubblica,1 dicembre 2009)
Tredicenni che non vogliono come compagni di banco gli studenti cinesi, perché dicono che «puzzano». Un’alunna che si alza durante l’ora di matematica e lancia il suo proclama: «L’Italia agli italiani!». Per scardinare quelli che vengono definiti «atteggiamenti razzisti inaccettabili», il collegio dei docenti di una terza media della scuola Trilussa, nel quartiere milanese di Quarto Oggiaro, ha preso una decisione drastica: ogni quindici giorni gli studenti devono cambiare di posto e l’assegnazione dei banchi è decisa dai professori.
«Vedere l’aula divisa in “quartieri” dava dolore, ora gli alunni avranno modo di conoscersi davvero», dice Adele Moroni, insegnante di italiano della classe, in cui nove dei 22 studenti sono stranieri. In un mese di sperimentazione, gli studenti hanno dovuto cambiare banco già tre volte. L’ultimo rimescolamento è stato appena fatto. Il progetto è stato preceduto da una lettera ai genitori, convocati a scuola «per discutere la situazione disciplinare della classe», dove in generale «i rapporti fra ragazzi non sono sempre facili».
Più esplicito l’avviso rivolto alle 13 famiglie italiane, in cui si parla di «intolleranza nei confronti dei non italiani». Nell’i ncontro con mamme e papà, martedì scorso, le professoresse hanno illustrato i risultati della nuova strategia di integrazione. «Anche se siamo solo all’inizio — racconta la Moroni — abbiamo avuto segnali importanti. In alcuni casi, commoventi». Una ragazzina marocchina, a cui in passato erano stati sporcati i vestiti “per scherzo” con della vernice, è stata invitata a studiare insieme al pomeriggio dai compagni. Uno studente ecuadoriano «spesso isolato» ora passa l’intervallo in compagnia.
Più difficile l’integrazione dei cinque alunni cinesi, arrivati in classe quest’anno. Nei loro confronti il pregiudizio sembra essere più radicato: «Non pagano le tasse», «ci rubano il lavoro», «sono diversi», dicono gli altri ragazzi. Non aiuta il fatto che, non sapendo la lingua, i cinque debbano passare molte ore da soli, con un docente che insegna loro l’italiano. La professoressa di sostegno della classe, sull’utilità del progetto non ha dubbi: «Che nel 2009 i ragazzi siano razzisti è assurdo — dice — andremo avanti con i posti a rotazione fino a quando non avremo vinto la sfida».
La professoressa Moroni è andata a comprare un albero di Natale da mettere in classe. Ogni studente sarà chiamato a portare un oggetto da casa, di poco valore ma “con un significato”. Prima delle vacanze natalizie, con una lotteria, gli oggetti saranno distribuiti fra gli alunni in modo casuale. (La Repubblica,1 dicembre 2009)
Friday, November 27, 2009
Immigrati, appello del Papa: "Hanno diritti inalienabili"
Il Vaticano esprime "dolore" e "tristezza" per l'operazione "White Christmas" nel comune di Coccaglio
CITTA' DEL VATICANO - "Il migrante è una persona umana con diritti fondamentali inalienabili da rispettare sempre e da tutti". Questo il senso dell'intervento di Benedetto XVI, in riferimento alla Giornata del Migrante e del Rifugiato prevista per il 17 gennaio prossimo. Il Papa ha sottolineato l'importanza di prendersi cura dei migranti e dei rifugiati minorenni, ricordando che anche Gesù, da bambino, ha vissuto sulla propria pelle l'esperienza della migrazione. Anche per questo, ha proseguito il Pontefice, "ai figli degli immigrati deve essere data la possibilità di frequentare la scuola e inserirsi nel mondo del lavoro". Tenendo presente, poi, che "un minore non accompagnato non può essere rimpatriato".
"Auspico di cuore che si riservi la giusta attenzione ai migranti minorenni, bisognosi di un ambiente sociale che consenta e favorisca il loro sviluppo fisico, culturale, spirituale e morale", ha detto il Papa. Mentre il presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti, mons. Antonio Maria Veglio, ha ricordato che molto spesso i diritti dei più piccoli non vengono rispettati. Uno su tutti, quello per cui un "minore non accompagnato non può essere rimpatriato": a stabilirlo, sono norme internazionali.
La Giornata del Migrante 2010 sarà dedicata proprio a loro, i bambini, con il titolo "I migranti e i rifugiati minorenni". Si tratta, ha spiegato il Pontefice, di "un aspetto che i cristiani valutano con grande attenzione, memori del monito di Cristo, il quale nel giudizio finale considererà riferito a Lui stesso tutto ciò che è stato fatto o negato ai più piccoli". "E - ha chiesto Papa Ratzinger - come non considerare tra i più piccoli anche i minori migranti e rifugiati? Gesù stesso - ha proseguito - ha vissuto da bambino l'esperienza del migrante perchè, come narra il Vangelo, per sfuggire alle minacce di Erode dovette rifugiarsi in Egitto insieme a Giuseppe e Maria".
Il Vaticano ha inoltre espresso "tristezza" e "dolore" per la cosiddetta operazione "White Christmas", Bianco Natale, con cui l'amministrazione leghista di Coccaglio (nel bresciano) ha deciso di espellere gli extracomunitari prima dell'arrivo del Natale. "Il Bianco Natale è una canzone sulla neve, è molto triste quel che si legge", ha affermato mons. Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale di migranti e degli itineranti. "E' una vicenda dolorosa", ha proseguito mons. Agostino Marchetto, segretario del dicastero. "Il Natale celebra il mistero dell'annunciazione alla Vergine e chiama all'accoglienza di Gesù bambino. Anche Lui, come ha detto il Papa nel suo messaggio, era un rifugiato in Egitto".
Gli esponenti del Consiglio Pontificio per la pastorale dei migranti si sono inoltre soffermati sulle ragioni che spesso condannano i minorenni alla clandestinità, come ad esempio "la difficoltà, o talvolta l'impossibilità, di accedere al paese di destinazione desiderato". "Ciò spinge - ha spiegato mons. Vegliò - i minorenni e le famiglie a tentare l'immigrazione irregolare. In questi casi, i genitori pongono tutte le loro speranze nella riuscita del minore che emigra, il quale è pronto a subire ingiustizie, violenze e maltrattamenti pur di ottenere un permesso di soggiorno, forse una formazione scolastica, soprattutto un lavoro per poter aiutare la famiglia". Tutto questo, ha commentato l'arcivescovo Marchetto, "spesso non viene capito dai membri della società civile, che agiscono e reagiscono secondo stereotipi, preconcetti e pregiudizi all'arrivo dei rifugiati". "Perciò - ha concluso - i comportamenti di discriminazione, xenofobia e razzismo vanno affrontati con politiche atte a salvaguardare, rinforare e proteggere i diritti dei rifugiati e degli sfollati". (La Repubblica, 27 novembre 2009)
CITTA' DEL VATICANO - "Il migrante è una persona umana con diritti fondamentali inalienabili da rispettare sempre e da tutti". Questo il senso dell'intervento di Benedetto XVI, in riferimento alla Giornata del Migrante e del Rifugiato prevista per il 17 gennaio prossimo. Il Papa ha sottolineato l'importanza di prendersi cura dei migranti e dei rifugiati minorenni, ricordando che anche Gesù, da bambino, ha vissuto sulla propria pelle l'esperienza della migrazione. Anche per questo, ha proseguito il Pontefice, "ai figli degli immigrati deve essere data la possibilità di frequentare la scuola e inserirsi nel mondo del lavoro". Tenendo presente, poi, che "un minore non accompagnato non può essere rimpatriato".
"Auspico di cuore che si riservi la giusta attenzione ai migranti minorenni, bisognosi di un ambiente sociale che consenta e favorisca il loro sviluppo fisico, culturale, spirituale e morale", ha detto il Papa. Mentre il presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti, mons. Antonio Maria Veglio, ha ricordato che molto spesso i diritti dei più piccoli non vengono rispettati. Uno su tutti, quello per cui un "minore non accompagnato non può essere rimpatriato": a stabilirlo, sono norme internazionali.
La Giornata del Migrante 2010 sarà dedicata proprio a loro, i bambini, con il titolo "I migranti e i rifugiati minorenni". Si tratta, ha spiegato il Pontefice, di "un aspetto che i cristiani valutano con grande attenzione, memori del monito di Cristo, il quale nel giudizio finale considererà riferito a Lui stesso tutto ciò che è stato fatto o negato ai più piccoli". "E - ha chiesto Papa Ratzinger - come non considerare tra i più piccoli anche i minori migranti e rifugiati? Gesù stesso - ha proseguito - ha vissuto da bambino l'esperienza del migrante perchè, come narra il Vangelo, per sfuggire alle minacce di Erode dovette rifugiarsi in Egitto insieme a Giuseppe e Maria".
Il Vaticano ha inoltre espresso "tristezza" e "dolore" per la cosiddetta operazione "White Christmas", Bianco Natale, con cui l'amministrazione leghista di Coccaglio (nel bresciano) ha deciso di espellere gli extracomunitari prima dell'arrivo del Natale. "Il Bianco Natale è una canzone sulla neve, è molto triste quel che si legge", ha affermato mons. Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale di migranti e degli itineranti. "E' una vicenda dolorosa", ha proseguito mons. Agostino Marchetto, segretario del dicastero. "Il Natale celebra il mistero dell'annunciazione alla Vergine e chiama all'accoglienza di Gesù bambino. Anche Lui, come ha detto il Papa nel suo messaggio, era un rifugiato in Egitto".
Gli esponenti del Consiglio Pontificio per la pastorale dei migranti si sono inoltre soffermati sulle ragioni che spesso condannano i minorenni alla clandestinità, come ad esempio "la difficoltà, o talvolta l'impossibilità, di accedere al paese di destinazione desiderato". "Ciò spinge - ha spiegato mons. Vegliò - i minorenni e le famiglie a tentare l'immigrazione irregolare. In questi casi, i genitori pongono tutte le loro speranze nella riuscita del minore che emigra, il quale è pronto a subire ingiustizie, violenze e maltrattamenti pur di ottenere un permesso di soggiorno, forse una formazione scolastica, soprattutto un lavoro per poter aiutare la famiglia". Tutto questo, ha commentato l'arcivescovo Marchetto, "spesso non viene capito dai membri della società civile, che agiscono e reagiscono secondo stereotipi, preconcetti e pregiudizi all'arrivo dei rifugiati". "Perciò - ha concluso - i comportamenti di discriminazione, xenofobia e razzismo vanno affrontati con politiche atte a salvaguardare, rinforare e proteggere i diritti dei rifugiati e degli sfollati". (La Repubblica, 27 novembre 2009)
Finanziaria, proposta della Lega: "Solo 6 mesi di cig per gli stranieri"
Il Carroccio propone trattamento diverso per gli immigrati in tema di ammortizzatori sociali.
L'opposizione: "Emendamento razzista". Il ministro Carfagna: "Una provocazione"
ROMA - Cassa integrazione limitata per i cittadini extracomunitari che lavorano in Italia. La Lega apre un nuovo fronte di scontro e propone un emendamento che limita a sei mesi gli strumenti di sostegno al reddito. A farsi carico dell'annuncio è il deputato Maurizio Fugatti. Che spiega così l'uscita del Carroccio: "Le risorse sono quelle che sono e prima di tutto dobbiamo guardare ai cittadini italiani. Quindi diamo la cassa integrazione anche ai cittadini extracomunitari ma solo per sei mesi. Se non c'è lavoro per gli italiani, non c'è per nessuno. Prima dobbiamo pensare agli italiani".
Passano pochi minuti e le opposizioni si scatenano. "Quell'emendamento e' palesemente incostituzionale e sono sicura che la presidenza della Camera lo dichiarera' inammissibile - taglia corto la capogruppo del Pd nella commissione Affari costituzionali della Camera, Sesa Amici - Sono norme incivili e razziste del tutte prive di ogni fondamento e ragion d'essere''.
Ancor più duro il senatore democratico Paolo Nerozzi: "La proposta della Lega è una nuova forma di legge razziale nel mondo del lavoro". E l'accusa di razzismo torna anche nelle parole del capogruppo dell'Idv alla Camera, Massimo Donadi. Ma anche dentro il governo crescono le perplessità: "E' una provocazione, che sono certa non avrà alcun seguito in Parlamento" dice il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna. mentre il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ricorda come la cig sia un diritto soggettivo di tutti i lavoratori.
Anche il sindacato fa sentire la sua voce: "Una iniziativa xenofoba e una vera e propria sciocchezza giuridica - dice la Cgil - Questi lavoratori pagano come per tutti gli altri i contributi per accedere agli ammortizzatori sociali. Quindi si tratta di un emendamento improponibile a meno che la Lega non pensi che i lavoratori stranieri devono solo versare e difficilmente ricevere il corrispettivo di quanto versato. E' una esplicita istigazione al lavoro nero".
Critica anche la Cisl che, per bocca del segretario Raffele Bonanni bolla l'iniziativa: "I lavoratori immigrati regolari pagano i contributi e le tasse in italia e hanno diritti al pari di tutti i lavoratori italiani".
Parole a cui fa eco l'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano: "Non solo si colpiscono i lavoratori oggettivamente più deboli ma si crea una condizione di rottura del rapporto di lavoro che spingerà inevitabilmente queste persone nel vicolo cieco della clandestinità e del lavoro nero". (La Repubblica, 27 novembre 2009)
L'opposizione: "Emendamento razzista". Il ministro Carfagna: "Una provocazione"
ROMA - Cassa integrazione limitata per i cittadini extracomunitari che lavorano in Italia. La Lega apre un nuovo fronte di scontro e propone un emendamento che limita a sei mesi gli strumenti di sostegno al reddito. A farsi carico dell'annuncio è il deputato Maurizio Fugatti. Che spiega così l'uscita del Carroccio: "Le risorse sono quelle che sono e prima di tutto dobbiamo guardare ai cittadini italiani. Quindi diamo la cassa integrazione anche ai cittadini extracomunitari ma solo per sei mesi. Se non c'è lavoro per gli italiani, non c'è per nessuno. Prima dobbiamo pensare agli italiani".
Passano pochi minuti e le opposizioni si scatenano. "Quell'emendamento e' palesemente incostituzionale e sono sicura che la presidenza della Camera lo dichiarera' inammissibile - taglia corto la capogruppo del Pd nella commissione Affari costituzionali della Camera, Sesa Amici - Sono norme incivili e razziste del tutte prive di ogni fondamento e ragion d'essere''.
Ancor più duro il senatore democratico Paolo Nerozzi: "La proposta della Lega è una nuova forma di legge razziale nel mondo del lavoro". E l'accusa di razzismo torna anche nelle parole del capogruppo dell'Idv alla Camera, Massimo Donadi. Ma anche dentro il governo crescono le perplessità: "E' una provocazione, che sono certa non avrà alcun seguito in Parlamento" dice il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna. mentre il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ricorda come la cig sia un diritto soggettivo di tutti i lavoratori.
Anche il sindacato fa sentire la sua voce: "Una iniziativa xenofoba e una vera e propria sciocchezza giuridica - dice la Cgil - Questi lavoratori pagano come per tutti gli altri i contributi per accedere agli ammortizzatori sociali. Quindi si tratta di un emendamento improponibile a meno che la Lega non pensi che i lavoratori stranieri devono solo versare e difficilmente ricevere il corrispettivo di quanto versato. E' una esplicita istigazione al lavoro nero".
Critica anche la Cisl che, per bocca del segretario Raffele Bonanni bolla l'iniziativa: "I lavoratori immigrati regolari pagano i contributi e le tasse in italia e hanno diritti al pari di tutti i lavoratori italiani".
Parole a cui fa eco l'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano: "Non solo si colpiscono i lavoratori oggettivamente più deboli ma si crea una condizione di rottura del rapporto di lavoro che spingerà inevitabilmente queste persone nel vicolo cieco della clandestinità e del lavoro nero". (La Repubblica, 27 novembre 2009)
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